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Arabia Saudita, la scommessa del post-petrolio: Riyadh accelera su idrogeno e rinnovabili

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L’Arabia Saudita sta riscrivendo il proprio modello energetico. Con investimenti multimiliardari e una visione industriale di lungo periodo, il Regno punta a trasformarsi da capitale mondiale del petrolio a hub globale dell’energia pulita. L’impegno è formalizzato nell’ambizioso framework di Vision 2030, che fissa l’obiettivo della decarbonizzazione: entro il 2060 e individua nell’idrogeno verde, nelle rinnovabili su larga scala e nelle tecnologie di cattura del carbonio i pilastri della nuova strategia industriale.

Miliardi in campo, progetti da record

Il simbolo più emblematico di questa transizione è il NEOM Green Hydrogen Project: 8,4 miliardi di dollari di investimento, che ha già superato l’80% di avanzamento lavori e si avvia a diventare il più grande impianto integrato al mondo per la produzione di idrogeno verde e ammoniaca. A regime, sfrutterà circa 1,6 GW di energia eolica e 2,2 GW di solare per produrre fino a 1,2 milioni di tonnellate di ammoniaca verde l’anno destinata ai mercati d’esportazione.

A sostenere questo progetto-faro c’è un programma nazionale di portata straordinaria. Il National Renewable Energy Programme (NREP) ha già bandito gare per 64 GW cumulativi di capacità rinnovabile, con 12,3 GW già connessi alla rete nazionale entro fine 2025. Solo nel 2025, il Regno ha impegnato circa 34 miliardi di dollari in energia pulita, quasi il 70% in più rispetto all’anno precedente, entrando per la prima volta nella top 10 mondiale degli investitori nel settore.

Con 34 miliardi di dollari impegnati nella clean energy nel solo 2025 e 64 GW di capacità rinnovabile messa a gara nell’ambito del programma NREP, il mercato saudita sta ridefinendo le proprie ambizioni energetiche. Al termine del 2025, già 12,3 GW risultavano connessi alla rete nazionale,Haris un segnale concreto che gli obiettivi non restano sulla carta. Il traguardo del 50% di rinnovabili nel mix energetico entro il 2030 e il completamento oltre 80% del progetto NEOM Green Hydrogen confermano la portata trasformativa di questa transizione.

Il paradosso del petrolio

Dietro questa virata verde c’è una logica strategica che va ben oltre le ambizioni ambientali. L’Arabia Saudita detiene le seconde riserve di petrolio più grandi al mondo e ridurre i consumi energetici interni significa poter destinare una quota maggiore della produzione ai mercati internazionali. In altre parole, la transizione energetica è tanto una scelta di pragmatismo economico quanto un impegno per il clima. Questo paradosso è la vera chiave di lettura: lo Stato petrolifero per eccellenza sta diventando uno degli investitori più aggressivi al mondo nell’energia pulita.

Competenza ingegneristica europea nel mercato saudita

I cosiddetti “Giga-progetti” sauditi richiedono competenze tecniche di altissimo livello, ed è qui che entra in gioco l’eccellenza europea. Diverse aziende del nostro Paese sono già operative nei cantieri di NEOM, Trojena e AlUla, dove affrontano sfide logistiche e ambientali di straordinaria complessità. Il modello di collaborazione si è evoluto ben oltre la semplice fornitura di macchinari: oggi si parla di co-progettazione di sistemi integrati e di trasferimento strutturato di know-how alle maestranze locali.

Per le aziende internazionali, il successo in questo mercato passa sempre di più attraverso solide relazioni istituzionali e una presenza operativa consolidata sul territorio. Il Gruppo Haris si propone come punto di riferimento strategico nel mercato saudita, colmando il divario tra l’innovazione straniera e le specificità normative e progettuali del Regno garantendo che le soluzioni tecnologiche vengano implementate entro le tempistiche serrate di Vision 2030.

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